GIOVANI
Come evidenziato anche nei documenti ufficiali della Commissione Europea, i giovani costituiscono oggi un gruppo “in divenire”, caratterizzato da un accesso all’occupazione e alla fondazione di una famiglia sempre più ritardati, da frequenti avvicendamenti tra lavoro e studi, da percorsi individuali non lineari.
Sullo sfondo, il peso delle trasformazioni generali del mercato del lavoro, le caratteristiche peculiari delle varie forme contrattuali, ma anche le rappresentazioni di sé, i mutamenti dell’identità sociale, dei riferimenti culturali, la significatività del lavoro e degli “stereotipi fordisti” nel definire le coordinate sociali entro cui i soggetti stessi si collocano.
Un quadro complesso dunque, in cui, accanto alla mera rilevazione statistica si affiancano argomentazioni e ipotesi di carattere squisitamente qualitativo, volte a interpretare la fenomenologia di un processo in cui convergono dimensioni fondamentali in grado di incidere sull’agire individuale e collettivo: i rapporti interpersonali, l’affettività, il ruolo della sfera famigliare, la propensione al consumo, la dialettica con le istituzioni.
Le conclusioni che da più parti se ne traggono parlano di una generazione ripiegata su se stessa, che basa la propria esistenza maggiormente sulle risorse individuali e sulle reti di relazioni che da queste è possibile costruire, soprattutto nell’ambito lavorativo.
Una generazione legata a valori materialisti, spesso priva di punti di riferimento, che non riesce a collegare la propria esistenza alle profonde trasformazioni strutturali in atto e non riesce a immaginarsi in reti di relazioni più ampie che possano farli divenire, attraverso un’azione collettiva, soggetti attivi di tali trasformazioni.
E paiono proprio gli attori emergenti nel nuovo mercato del lavoro - le donne e i lavoratori atipici - ad assumere più spiccatamente tali atteggiamenti, perché nelle loro condizioni non si può far altro che migliorare, pur mancando (spesso) di progettualità reali e di volontà di rischiare.
Ancora legati alle reti di supporto famigliare (un dato ricorrente), aspirano per lo più ad un’autonomia abitativa, che però non trova sostegno in concrete strategie d’azione nell’ambito professionale e/o possibilità economiche nel proprio nucleo di provenienza.
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Fig. 1 – Aspirazioni giovanili
Una generazione “senza” – così definita di recente in una ricerca effettuata dall’Università di Bari proprio nell’area MTB - privata della legittima ambizione ad affermarsi nella sfera professionale così come all’interno della sfera politica e sociale più in generale. Esclusa da ogni possibile interlocuzione con una classe sindacale totalmente ancorata agli istituti di tutela che hanno caratterizzato le generazioni precedenti. Divisa al proprio interno da un inarrestabile processo di frammentazione delle esistenze che amplifica i tratti di un diffuso “individualismo metodologico” negli stili di vita.
Una generazione che non è capace di rappresentarsi come tale e che sacrifica (consapevolmente) l’auto-consapevolezza in nome della propria sopravvivenza.
Una generazione, quella dei “senza”, a cui oltre alle normali tutele sociali e del lavoro è stato sottratto probabilmente il bene più scarso e più prezioso: il Tempo.
Fig. 2 – Tempi della socializzazione
Il tempo attraverso cui poter costruire “diligentemente” il proprio progetto esistenziale, approfondire i propri legami affettivi, esercitare attivamente il proprio diritto di cittadinanza, consolidare un senso di appartenenza ai luoghi, riflettere criticamente sulla propria condizione storica ed esistenziale, mostrandosi più coesa e capace di auto-determinarsi e reagire al destino che gli è stato affidato da un’altra generazione, la precedente, che di questo tempo ha evidentemente abusato e senza averne troppa coscienza.
Un universo tematico delicato e complesso dunque, quello dei Giovani, le cui singole biografie si declinano sul difficile equilibrio tra libertà e insicurezza e il cui muoversi su di un crinale piuttosto che sull’altro dipende da condizioni proprie dell’attore (età, istruzione), dalla sua collocazione strutturale (famiglia di provenienza, territorio, risorse, ambito lavorativo), dalle componenti culturali e di genere (donne, migranti, diversamente abili) che possono produrre atteggiamenti e comportamenti differenti relativamente alle rappresentazioni di sé, alla costruzione di un’identità sociale, al mutamento dei riferimenti culturali, più in generale, alla definizione delle coordinate sociali entro cui collocarsi ed agire.
Seguendo le due categorie di Hirschmann (exit e voice), data l’inconsistenza della capacità di auto-rappresentarsi come generazione (voice) come accaduto in altri paesi europei, la strategia più diffusa sembra proprio l’exit (brain-drain, flussi migratori sud-nord che registrano 80.000 unità annue nel mezzogiorno, negli anni ‘50-‘60 si attestavano sulle 70.000) a cui si aggiunge una “terza via” piuttosto inquietante e assolutamente da monitorare: il nichilismo.
Un’ospite inquietante che produce una geografia del disagio – spesso nascosto e che non emerge come dovrebbe dalle statistiche ufficiali – che produce conseguenze e comportamenti variegati: sindromi depressive, isolamento, utilizzo disinvolto di sostanze stupefacenti, di farmaci e di alchool, aggressività, analfabetismo emotivo. Tutti fenomeni registrati nelle ricerche nazionali (e mai quantificati e realmente approfonditi), riconosciuti come “in crescita” nei singoli Piani Sociali di Zona della MTB, ma “etichettati” sotto la dizione probabilmente inadeguata di ‘disagio giovanile’ (specie alchool e sostanze stupefacenti in aumento), ma a cui non seguono di fatto politiche nazionali né locali adeguate ai bisogni.
Appare infatti evidente quanto si tratti di problemi culturali ancor prima che psicologici, e allora è probabilmente sulla cultura collettiva e non sulla sofferenza individuale che bisognerebbe agire, perché questa sofferenza non sembra essere la causa, piuttosto la conseguenza di un’implosione culturale di cui i giovani, spesso “in perenne attesa” - nelle scuole, nelle università, nei master, nel precariato - sembrano le prime vittime.
Un’Area Metropolitana che abbia ambizioni serie circa il proprio futuro non può non intercettare le sensibilità e i bisogni espressi da una generazione che, oltre che rivendicare tutela e diritti, chiede che le proprie potenzialità e competenze vengano riconosciute come un patrimonio culturale, sociale ed economico al servizio dell’intera collettività. E questo non può più prescindere da una lettura approfondita dei nuovi stili di vita e delle nuove ambizioni che in questo universo si vanno producendo, rinunciando quindi a progettare ‘politiche per i giovani’ secondo schemi osboleti o stereotipati, ma riconoscendo loro un’autonomia generazionale anche nella scelta delle proprie chances.
La sensibilità mostrata negli ultimi due anni da parte dell’amministrazione regionale nei confronti dell’universo giovanile (vedi iniziativa “Bollenti Spiriti”: voucher formativi e laboratori urbani della creatività giovanile) costituisce sicuramente un utile punto di forza da cui partire.
Su questo quadro articolato di bisogni si è avviata una prima riflessione condivisa in occasione del Forum Metropolitano Giovani, tenutosi il 15 settembre 2007 presso la Fiera del Levante. È possibile esprimere le proprie opinioni sull’argomento nella sezione forum giovani.