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POVERTÀ

 

Povertà, invalidità gravi ed esclusione sociale in molti casi si presentano correlate e sono spesso il prodotto di un insieme di cause: la mancanza di rapporti primari a partire anche dalla prima infanzia, una prolungata istituzionalizzazione, l’interruzione di un percorso formativo, la fine traumatica di un rapporto familiare, la perdita improvvisa del lavoro, uno sfratto dall’abitazione per mancanza di reddito, l’insorgenza di un infortunio grave, la presenza della malattia mentale, l’esperienza di una reclusione o il precipitare nella dipendenza da alcool o stupefacenti.

A volte cause ed eventi si accavallano e in alcuni casi hanno durata limitata nel tempo e possono essere superati con supporti temporanei, mentre nei casi più gravi, quando povertà ed esclusione sono il risultato di stratificazioni di eventi sedimentati nel tempo, si rende necessaria un’azione concertata dei diversi servizi ed una pluralità di interventi: assistenza economica, accoglienza protetta, inserimento lavorativo, cura, risocializzazione.

Nelle situazioni più gravi si riesce a svolgere un’azione di contenimento e di pronto intervento ma non sempre si riesce a rimuovere le cause che hanno prodotto il disagio.

L'elemento di novità emerso dalle diverse inchieste sulla povertà degli ultimi anni è l'aumento numerico di famiglie non computabili come povere solo perché le loro risorse finanziarie sono appena sopra la linea della povertà. L'Istat calcola che in Italia, queste famiglie “a rischio di povertà” siano oltre 900 mila. Esse arrivano con difficoltà alla fine del mese, e sono costrette a indebitarsi e a ricorrere ai centri assistenziali, nonostante abbiano un lavoro e un reddito.

L'impiego di una linea standard per stimare chi è povero e chi non lo è semplifica molto i confronti, ma non evidenzia i confini mobili del fenomeno. Come emerge dal Rapporto Caritas-Zancan, un approccio multidimensionale al problema povertà, che non tenga conto solo dell'aspetto monetario, evidenzia che se la povertà non è aumentata, è cresciuta l'insicurezza delle famiglie per la preoccupazione di non essere in grado di far fronte a eventi negativi come per esempio l'improvvisa malattia, associata a non autosufficienza, di un familiare, o l'instabilità del rapporto di lavoro, o gli oneri finanziari sempre maggior. Tra i “fattori di rischio” compaiono l'elevato numero di componenti, la presenza di figli, la presenza di anziani, il basso livello di istruzione, la ridotta partecipazione al mercato del lavoro. Qualsiasi fattore si consideri, nel Mezzogiorno le probabilità di essere poveri sono sempre più alte.

 

Fig. 1 – Incidenza della povertà

 

A comportare un maggiore rischio di povertà è anzitutto l'allargamento familiare: avere tre figli da crescere significa un rischio di povertà pari al 27,8%, e nel Sud questo valore sale al 42,7%. Il passaggio da 3 a 4 componenti espone 4 famiglie su 10 alla possibilità di essere povere. Appartenere a una famiglia composta da 5 o più componenti aumenta il rischio di essere poveri del 135%, rispetto al valore medio dell'Italia. Ogni nuovo figlio, dunque, costituisce per la famiglia, oltre che una speranza di vita, una crescita del rischio di impoverimento.  Andando a sviscerare i dati sulla povertà di fine 2005, si vede che se il 14,7% delle famiglie arrivava a fine mese con molte difficoltà, queste difficoltà erano maggiori per: le famiglie con cinque o più componenti (22,5%) e per quelle unipersonali (16,0%); le famiglie monoreddito (18,7%); le coppie con 3 o più figli (23,5%); le famiglie monogenitoriali (19,4%). L'incapacità di sostenere una spesa necessaria ma imprevista riguardava il 28,9% delle famiglie italiane e in particolare: le famiglie unipersonali (35,6%), anziani sopratutto, e quelle con cinque e più componenti (33,5%); le famiglie monoreddito (37,8%); le famiglie con 2 minori (32,9%); quelle con un anziano (33,3%).

Anche la presenza di un solo anziano nella famiglia, dunque, aumenta il rischio di povertà. Da un'incidenza media della povertà del 4,5% nel nord e del 6% nel centro, si sale rispettivamente al 6,3% e all'8% se nella famiglia è presente almeno un anziano.

In Italia la spesa destinata alla protezione sociale rappresenta circa un quarto del Pil: si tratta di un impegno non indifferente, in armonia con altri Paesi (Grecia 26,0%, Regno Unito 26,3%, Finlandia 26,7%), ma significativamente inferiore ad Austria (29,1%), Belgio (29,3%), Germania (29,5%), Danimarca (30,7%), Francia (31,2%) e Svezia (32,9%). Tuttavia, il nostro profilo di welfare si basa su squilibri interni evidenti e che non offrono grandi possibilità di manovra alle regioni ed EELL: più della metà della spesa sociale (56,1%) è destinata alla voce “Pensioni in senso stretto e Tfr”. Il resto è ripartito tra le voci “Assicurazioni del mercato del lavoro” (6,6%), “Assistenza sociale” (11,9%), “Sanità” (25,4%). Gran parte delle risorse vanno all'ultima fase della vita, e molto meno alla prima e al sostegno delle responsabilità familiari.

La spesa dei Comuni per assistenza sociale al netto della multiutenza è di 5 miliardi e 11 milioni di euro, con un pro capite medio di 86,15 euro. Di conseguenza, dei 750 euro sopra indicati, i Comuni gestiscono solo 86 euro pro capite, mentre la parte restante, pari a circa 664 euro, è gestita dallo Stato o da amministrazioni da esso controllate.

Nel nostro Paese sembra mancare una strategia organica di contrasto della povertà che si basi effettivamente su due passaggi indicati nelle riforme di welfare: “da trasferimenti monetari a servizi” e “da gestione centrale a gestione decentrata” (per una diretta responsabilizzazione nella gestione e nella verifica di efficacia, oltre che per dare attuazione alla modifica del titolo V). Un Piano di lotta alla povertà che abbia al proprio interno non solo obiettivi e finalità ma anche risultati attesi misurabili, che indichi le priorità di azione, le infrastrutture necessarie, che “corresponsabilizzi” i diversi livelli istituzionali (dal locale al regionale, al nazionale, e viceversa) e i diversi centri di responsabilità sociale (imprese, enti non profit, forze sociali, associazionismo di impegno sociale ecc.) in una comune progettualità.

 

Su questo quadro articolato di bisogni si è avviata una prima riflessione condivisa in occasione del Forum Metropolitano Welfare, tenutosi il 24 settembre 2007 nella Giornata del Sociale presso la Fiera del Levante. È possibile esprimere le proprie opinioni sull’argomento nella sezione forum welfare.