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DISABILITÀ 

 

Definire la dimensione numerica delle persone che vivono in condizione di disabilità in Italia è ancora oggi un processo problematico, almeno per due ordini di motivazioni. La prima attiene alla definizione stessa di persona con disabilità, che è una condizione fisica o mentale dai contorni non precisamente ed univocamente definiti.

Il secondo problema attiene all’implementazione concreta del concetto di disabilità – inteso come riduzione della capacità di esercitare autonomamente determinate attività di vita quotidiana – all’interno delle indagini campionarie sulla popolazione (Health Interview Survey), basate su interviste ai cittadini tramite questionario e miranti ad identificare la condizione di disabilità indipendentemente dall’eventuale riconoscimento di un particolare status giuridico. Tale strumento statistico è quello più idoneo e più utilizzato anche a livello internazionale, a fornire un quadro sufficientemente esaustivo della disabilità, in particolare per quanto riguarda le condizioni di salute, stili di vita e bisogni ad essa collegate.

Permangono tuttavia incertezze per particolari categorie di disabilità. Esse sono legate sostanzialmente alle caratteristiche stesse dello strumento di rilevazione, basato sull’autopercezione delle persone rispetto ai problemi di salute e di disabilità. Ciò vuol dire che risulta ancora difficoltoso rilevare, ad esempio, le disabilità mentali rispetto a quelle fisiche per la presenza di resistenze e pregiudizi culturali che spingono le persone direttamente interessate o i loro familiari a non fornire in modo appropriato elementi informativi in risposta alle domande presenti nei questionari d’indagine. La stessa indipendenza della condizione di disabilità dalla presenza di un particolare status giuridico potrebbe essere ridotta dall’indubbio impatto che l’eventuale riconoscimento di un particolare status giuridico può avere sull’autopercezione della propria condizione – impatto che si cerca di ridurre considerando un ampio set di aspetti (ed eventuali impedimenti). In base alle stime ottenute dall’indagine sulla salute e il ricorso ai servizi sanitari realizzata dall’Istat emerge che in Italia le persone con disabilità sono 2 milioni 615 mila, pari al 5% circa della popolazione di età superiore a 6 anni che vive in famiglia.

 

Fig. 1 – Persone con disabilità per regioni e classi di età (2004-2005)

 

Se si considera una definizione più ampia, riferita alle persone che abbiano manifestato una apprezzabile difficoltà nello svolgimento di una o più di queste funzioni, la stima sale a 6 milioni 980 mila persone, pari al 13% della popolazione sopra detta, un dato in linea con quello rilevato nei principali paesi industrializzati.

Sempre in Italia, oltre a  una differenza di genere a svantaggio delle donne che rappresentano il 66% delle persone disabili con un tasso di disabilità del 6,2% (per gli uomini è il 3,4%), a livello territoriale emerge un differenziale tra l’Italia settentrionale e quella meridionale ed insulare. In particolare si osserva un tasso di disabilità del 6% nell’Italia insulare e del 5,2% nell’Italia Meridionale, mentre tale tasso scende al 4,4% nell’Italia Nord-Orientale e al 4,3% nell’Italia Nord-Occidentale.  Di certo la Puglia è una delle regioni con il più alto numero di disabili in Italia, e le difficoltà che l’Area Metropolitana registra per questa delicata categoria sono sia di carattere strutturale legate al tema dell’ accessibilità e della mobilità (barriere architettoniche, ostacoli alla mobilità, scarsa tutela di accesso all’informazione per limiti di infrastrutturazione informatica), sia di tipo socio-culturale (esclusione sociale, istituzionalizzazione, scarsa integrazione a livello scolastico, inefficienza dei servizi di assistenza domiciliare integrata, insufficiente professionalizzazione degli operatori del settore) che ancora di tipo economico (indennità, integrazione al reddito famigliare, mancanza di misure per l’integrazione lavorativa).

Ad esempio, l’incidenza di alunni disabili nella scuola pugliese tende annualmente ad aumentare registrando un trend in aumento di alunni con bisogni educativi speciali sull’intera popolazione scolastica che si riscontra in tutte le province.

 

Fig. 2 – Sostegno agli alunni – fonte Sistema Informativo MPI

 

Per quanto riguarda la Provincia di Bari, relativamente alla ripartizione degli alunni disabili nei vari ordini di scuola, si registra la tradizionale maggior presenza nella scuola dell’infanzia, nella scuola primaria e nella secondaria di I grado, con lievi incrementi o flessioni annuali nella norma.

Si tratta di indicatori di una scuola “inclusiva”, capace di formulare un progetto educativo coerente rispetto ai bisogni di un’utenza multipla, all’interno della quale gli alunni disabili costituiscono ormai una percentuale del 2 % (rispetto all’universo alunni regionale).

Permane un’incidenza bassa di disabili nella scuola dell’infanzia, con il picco successivo  nella scuola primaria: il che conferma, da un lato la maggiore facilità di integrazione dei soggetti nelle sezioni dell’infanzia e la forbice del deficit che si allarga di pari passo alle connotazioni e alle richieste cognitive della scuola primaria; dall’altro costituisce un utile strumento di riflessione circa le aspettative delle scuole e i meccanismi con cui le stesse attivano il monitoraggio degli alunni in difficoltà, anche in ordine alla maggiore o minore tempestività con la quale si attivano le segnalazioni e le pratiche certificatorie delle Aziende Sanitarie Locali.

L’analisi dei dati numerici relativi al triennio in esame conduce subito  alla considerazione che il numero degli alunni disabili aumenta anno per anno nonostante la popolazione scolastica complessiva diminuisca  progressivamente. Si constata che l’aumento riguarda in maniera più evidente la scuola superiore e ciò può essere determinato anche dalla carenza pressoché totale, nel nostro territorio, di percorsi di formazione professionale per alunni disabili a cui le famiglie di tali alunni potrebbero rivolgersi dopo la conclusione del I ciclo scolastico.

Tale carenza comporta da parte dei genitori la richiesta di far permanere il più possibile l’alunno disabile nel contesto scolastico. Al contrario, se ne avessero la possibilità, molti di loro probabilmente si rivolgerebbero alla formazione professionale per far completare e approfondire il percorso formativo dell’alunno, finalizzandolo all’ingresso nel mondo del lavoro, all’acquisizione di una sempre maggiore autonomia e alla costruzione di un “progetto di vita” caratterizzato da una piena integrazione sociale, oltre che  scolastica anche lavorativa.

In definitiva, si tratta probabilmente della categoria più a rischio esclusione dell’Area e per cui le risorse destinate, come gli interventi, non sembrano sufficienti ad assicurare l’autonomia necessaria ad emanciparli dai contesti domestici e famigliari.

Non a caso, una delle poche azioni strategiche condivise da gran parte degli ambiti territoriali è una misura che ha come titolo “Dopo di noi” (genitori): il tentativo di avviare una sensibilizzazione sul tema dell’autonomia e delle aspettative di vita di soggetti particolarmente fragili.

 

Su questo quadro articolato di bisogni si è avviata una prima riflessione condivisa in occasione del Forum Metropolitano Welfare, tenutosi il 24 settembre 2007 nella Giornata del Sociale presso la Fiera del Levante. È possibile esprimere le proprie opinioni sull’argomento nella sezione forum welfare.