COESIONE
“Le città, come i sogni, sono costituite di desideri e paure”, scrive Italo Calvino ne Le città invisibili. E le nostre città, ciascuna a suo modo, a seconda del momento e del punto di vista dell’osservazione, oscillano irrimediabilmente tra i due opposti apparentemente inconciliabili. Come le macro-regioni e le nazioni, anche le città infatti hanno conosciuto uno sviluppo irregolare, aggravato dall’incapacità di controbilanciare le disuguaglianze e frenare le distonie acuite dai processi di globalizzazione. Disuguaglianze tra inclusi e esclusi, tra città formale e informale, che nel tempo si sono spesso ampliate sino a mostrare il proprio potenziale culturale conflittuale.
Nel novembre del 2005, nella società francese dell’età dell’insicurezza emerge come cifra simbolica la segregata disperazione della banlieue, marginalità urbana che esprime il proprio caleidoscopico universo di disagio silente e che si propone drammaticamente come uno specchio per la società europea nel suo complesso: sentimenti di insicurezza sociale diffusa di fronte ad un’immigrazione vissuta come fatto eccezionale, islamofobia crescente, incomunicabilità fra ideologia unitaria e supposte chiusure comunitarie, ma anche precarizzazione dei mondi vitali giovanili a partire dal dato di esclusione connesso a quello del lavoro.
Nel novembre francese è possibile leggere in controluce un vasto campo di tensioni che definiscono i contorni di una vera e propria frattura che il discorso ufficiale fa fatica a riconoscere e il cui disvelamento suscita inquietudine ma al contempo offre la premessa indispensabile per rileggere lo sviluppo delle nostre città in chiave inclusiva.
Non a caso, le ‘politiche di coesione’ finalizzate a ridurre le disparità economiche e sociali tra i paesi membri, costituiscono da sempre il caposaldo delle politiche regionali dell’Unione europea, strumentali a ridurre i divari esistenti tra le diverse aree del territorio europeo non solo in termini reddituali ma di opportunità e condizioni di vita.